Impressioni di primavera in quarantena

foto e testo di Cecilia Vaccari

Molti miei colleghi fotografi hanno immediatamente intravisto in questi giorni di quarantena la tanto rara possibilità di dedicare tempo (alcuni con terrore!) al proprio archivio. Sul rapporto che ogni fotografo ha col proprio archivio se ne potrebbe parlare fino allo sfinimento, così tanti sono i “caratteri” dei secondi da somigliarci, come i nostri cani. La mia storia inizia il 6 marzo, in quel limbo temporale in cui era definitivamente probabile da lì a poco l’apocalisse, ecco, il 6 marzo, dopo pranzo, mi siedo di fronte il computer, silenzio…non funziona più … il tuo Macbook Pro del 2012, compagno di gioie e dolori é in coma!
Sconfitta, rassegnazione, fatalismo, AUTOSABOTAGGIO: mi chiudo a far la quarantena lontana dall’intera attrezzatura, reflex compresa.
Da qualche anno provo a coltivare la terra.
L’interesse nasce con la canapa poi questa infatuazione é diventata amore, al punto da riuscire a restare per ore in silenzio a guardare quell’unico solco che con sudore e bestemmie hai liberato proprio tu.
La natura ti mostra un ritmo, muto inizialmente, più hai la pazienza di aspettare più variopinta la melodia che mostra e svela quell’inqueto urlo che custodisci dentro, un’esigenza, può essere fastidio,può essere dispiacere, dolce desiderio o il più maleodorante autolesionismo.
Dopo poco più di una settimana mi manca scattare e poi sempre di più e di più. Sono finita a interrogarmi (nuovamente) sui massimi sistemi della fotografia, matasse e garbugli, punti di vista, estremismi, analogico o digitale, telefonino no telefonino si…
E alla fine vince il bisogno, l’esigenza di scattare. Una natura che si svela lenta ma implacabile, una madre che ti invita a raccontarla, lo sforzo di creare un linguaggio o perlomeno cercarne uno.
É in questo scambio, questo continuo passaggio, il bisogno, la terra che si muove, un linguaggio che si insinua come un motivetto che non ti lascia più, in questo spazio io trovo la fotografia.

Un cauto, furtivo osservare
al tempo dello scorrere dei giorni.

Ho un gioco, é un’altalena,
su e giù di suoni
le api
che si lasciano zittire ad un tratto
zittire dal vento, il vento che soffia
fa muovere tutto
quello che la sua forza gli permette
ma di colpo si ferma
ed ecco
gli uccellini
.

Se ascolti il cuore si placa,
il battito come trattenuto da una corda invisibile comincia
inevitabilmente
a rallentare la sua corsa.

E se riesci anche a fermarti, stare fermo
lí potrá anche capitare che una farfalla ti si appoggi addosso.

[Da piccolo probabilmente volevo essere un megafono. Sono contrario alla cura del proprio orto ma favorevole alle pratiche di condivisione e di scambio.
Ecco perchè dopo il racconto di Andrea Bressi, ho deciso di ospitare questo breve ed intimo reportage sulla primavera più strana che possiamo mai ricordare]

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